RomeRiservato ai membri 29/06/20268Aggiungi ai preferiti

Il Giornale sostiene l'espansione della Messa di san Pio V per placare la crisi della FSSPX. Il cardinale Bustillo sottolinea che questa liturgia non è un attacco all'unità. Analisi dell'Abate Grégoire Masson, a due giorni dalle consacrazioni di Écône.
Avevamo riportato le ordinazioni del 27 giugno a Zaitzkofen e del 29 giugno a Écône - dieci sacerdoti ordinati alla vigilia delle consacrazioni episcopali del 1º luglio. La FSSPX dimostra la sua vitalità; Roma osserva. È in questo contesto che due prese di posizione notevoli meritano analisi: il giornale Il Giornale che plaude all'espansione della Messa tradizionale come via di riconciliazione, e il cardinale François-Xavier Bustillo che ricorda che questa liturgia non è una minaccia per l'unità ecclesiale.
Secondo LifeSiteNews, il giornale Il Giornale invoca l'espansione della Messa in forma extraordinaria come mezzo per placare durevolmente le tensioni tra Roma e la Fraternità San Pio X. Contemporaneamente, il cardinale François-Xavier Bustillo dichiara pubblicamente che la Messa tradizionale «non è un attacco all'unità o alla Chiesa». Queste dichiarazioni intervengono dopo l'appello del cardinale Müller - il giorno successivo al concistoro - a favore di una commissione vaticana speciale incaricata di accogliere coloro che cercano la piena comunione senza rinnegamento dottrinale richiesto.
La questione liturgica è inseparabile dalla questione canonica e teologica. Il motu proprio Summorum Pontificum (Benedetto XVI, 2007) aveva riconosciuto che il rito tridentino non era mai stato abrogato e che rimaneva una forma extraordinaria del rito romano. Traditionis Custodes (Francesco, 2021) ne ha ristretto l'uso, non soppresso. La posizione del cardinale Bustillo si ricollega a quella di Benedetto XVI nella sua lettera ai vescovi del mondo (7 luglio 2007): la vecchia Messa, lungi dal dividere, può essere un fattore di unità se vissuta nella comunione con il Successore di Pietro.
Il diritto canonico è qui chiaro. Il can. 214 CIC garantisce a ogni fedele il diritto a un rito liturgico proprio approvato dall'autorità legittima. Questo diritto non può essere invocato per giustificare una rottura della comunione - ma fonda una rivendicazione legittima che Roma può soddisfare senza concessione dottrinale.
Le consacrazioni del 1º luglio sono canonicamente gravi. Ripetono lo scisma del 1988, aggravato dal contesto di un pontificato che ha teso la mano. Se Roma non risponde con un gesto liturgico concreto - estensione della Messa tradizionale, commissione di riconciliazione - la crisi si cronicizza. I fedeli legati all'antica forma liturgica si trovano in una posizione scomoda: né pienamente riconosciuti da Roma, né disposti a rompere con essa. La Chiesa in Francia conta diverse decine di migliaia di questi fedeli; il loro abbandono pastorale sarebbe una perdita reale.
L'argomento de Il Giornale - che l'espansione del rito sarebbe una misura rasserenante - è seducente ma incompleto. La FSSPX non reclama innanzitutto una liturgia; pone questioni dottrinali su Vaticano II, la libertà religiosa e l'ecumenismo. Nessuna concessione liturgica risolverà un disaccordo dottrinale irrisolto. La commissione proposta dal cardinale Müller sarebbe più feconda se si occupasse anche del contenuto teologico - distinguendo rigorosamente, come fa la teologia cattolica, ciò che rientra nel Magistero ordinario universale, ciò che rientra nel Magistero autentico non infallibile, e ciò che rientra nell'opinione personale del Pontefice.
Pregare per l'unità visibile della Chiesa, secondo il desiderio di Cristo in Giovanni 17, 21: «Che siano tutti una cosa sola.»
Leggere o rileggere la lettera di Benedetto XVI ai vescovi del mondo del luglio 2007 - un testo di riconciliazione che rimane di un'attualità sorprendente, e che mostra come sia possibile amare sia la tradizione liturgica che la comunione romana.
Crea un account gratuito per accedere a tutti i nostri contenuti e alla rivista settimanale.
Accedi per partecipare alla discussione.
Le silence du latin, ça me parle aussi. Mais est-ce que ça suffit pour recoller les morceaux, ou c'est juste une belle nostalgie qui nous éloigne encore ?
Le silence unit ceux qui l’écoutent, mais il exclut ceux qui n’en ont pas la clé.
Le latin, c'est beau, mais ça fait pas tout. Une messe en silence, ça peut aider à prier, mais la réconciliation, c'est autre chose que de l'émotion.
Le chant grégorien, c'est magnifique, mais l'important c'est qu'on prie tous dans la même Église. Si ça peut ramener la paix, je dis oui.
Le latin, c’est joli, mais est-ce que ça aide vraiment à prier ? Moi, je décroche au bout de cinq minutes.
D’accord, on parle de réconciliation, mais après toutes ces années de clashs, est-ce qu’un changement de messe va vraiment tout régler ?
Un rite commun, c'est un pas, mais les blessures mettent du temps à cicatriser. Le latin seul ne suffira pas.
Dans ma paroisse aussi, on a les deux messes. C’est vrai que le café après, ça aide à se parler sans se braquer.
Le cardinal a tout à fait raison : la messe traditionnelle, c'est pas une guerre, juste une façon de prier qui nous parle.
Le Pape a raison de rappeler que l'Église doit d'abord servir les plus pauvres. La liturgie, c'est important, mais ça ne doit pas devenir une distraction.
La beauté de la messe traditionnelle touche vraiment les gens, c'est peut-être ça qui peut rapprocher tout le monde.
FSSPX : Léon XIV lance un dernier appel avant le 1er juillet