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Il 1° luglio 2026, la Fraternità San Pio X ha consacrato quattro vescovi a Ecône nonostante i ripetuti appelli di Leone XIV. Si applica il canone 1382. Roma deve ora rispondere.
Avevamo seguito passo dopo passo l'aumento della tensione delle ultime settimane: la lettera di Leone XIV a Don Davide Pagliarani, la risposta del Superiore generale che chiedeva tempo per il discernimento, la dichiarazione del cardinale Burke che negava qualsiasi stato di necessità canonica. Questo 1º luglio 2026, festa del Preziosissimo Sangue nel calendario tradizionale, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha fatto il grande passo: quattro vescovi sono stati consacrati a Ecône, in Svizzera, per la prima volta dai sacri del 1988.
La cerimonia si è svolta questa mattina nella cappella del seminario di Ecône, davanti a una larga folla di fedeli. Quattro sacerdoti della FSSPX hanno ricevuto la consacrazione episcopale. Pagliarani, di fronte all'appello solenne del Papa, aveva risposto chiedendo pubblicamente la benedizione pontificia e un periodo di discernimento - prima di procedere comunque. Mons. Viganò aveva denunciato un gioco truccato del Papa; questa lettura è marginale e non è quella della Fraternità. Roma non aveva pronunciato alcun decreto di scomunica preventivo, a differenza del 1988: la zona grigia canonica è stata sfruttata.
Il Codice di diritto canonico del 1983 è di una chiarezza temibile. Il canone 1382 prevede la scomunica latae sententiae per ogni vescovo che consacra senza mandato apostolico, così come per colui che la riceve - questa pena scatta automaticamente, senza dichiarazione preventiva di Roma. È sotto questo regime che Mons. Lefebvre e Mons. de Castro Mayer furono scomunicati nel 1988 insieme ai quattro vescovi che consacravano. La Fraternità invoca il canone 1752 (salus animarum suprema lex) e lo stato di necessità (can. 1323 §4) per giustificare la sua iniziativa. Questo argomento è stato appena respinto formalmente dal cardinale Burke, che ha ritenuto che le condizioni oggettive dello stato di necessità non siano soddisfatte. San Paolo l'aveva formulato una volta per tutte: Come predicheranno se non sono stati inviati? (Rm 10,15). La successione apostolica non è separabile dalla comunione con Pietro; sant'Ignazio di Antiochia lo esprimeva già nel II secolo: Dov'è il vescovo, lì è la Chiesa (Lettera agli Smirnesi, 8,1).
Una Fraternità dotata dei propri vescovi esce strutturalmente dal quadro di un'irregolarità disciplinare per entrare nella logica di una Chiesa parallela. Per i fedeli che frequentano le cappelle FSSPX senza condividerne la rottura con Roma - e sono numerosi, soprattutto in Francia e in Svizzera -, è giunta l'ora del discernimento. I sacerdoti FSSPX colpiti dalla scomunica latae sententiae non possono lecitamente celebrare né amministrare i sacramenti; la loro validità sacramentale è un'altra questione, distinta dalla loro legittimità canonica.
Non anticipando una risposta canonica formale prima del 1º luglio, Leone XIV ha lasciato l'iniziativa alla Fraternità. L'assenza di un decreto preventivo - contrariamente a Giovanni Paolo II nel 1988 - crea un'ambiguità reale. Se Roma tarda a pronunciare le scomuniche nei prossimi giorni, invia un segnale di tolleranza di fatto che altri gruppi non mancheranno di sfruttare. La vera prova di questo pontificato sta nella risposta romana delle prossime 48 ore.
Non può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre, scriveva san Cipriano di Cartagine (De unitate Ecclesiae, 6). La fedeltà alla forma straordinaria del rito romano è un tesoro legittimo e prezioso, riconosciuto da Summorum Pontificum; essa non autorizza a rompere con il successore di Pietro. Il fedele attaccato alla Tradizione è oggi chiamato a rimanere nella Chiesa, a difendervi la forma antica della liturgia per vie canoniche e a pregare per la riconciliazione.
1. Don Davide Pagliarani (Superiore generale della FSSPX)
2. Don Christian Bouchacourt (Distretto di Francia)
3. Don Andrzej Komorowski (Distretto di Polonia)
4. Don Jürgen Wegner (Distretto di Germania)
**Can. 1382** – Un vescovo che conferisce l’ordinazione episcopale senza mandato pontificio, e parimenti chi da lui riceve l’ordinazione, incorre nella scomunica *latae sententiae* riservata alla Sede Apostolica.
**Can. 1323 §4** – Non è soggetto a pena chi ha agito costretto da necessità o grave incomodo, a meno che l’atto non sia intrinsecamente cattivo o torni a danno delle anime.
**Can. 1752** – *Salus animarum suprema lex* (La salvezza delle anime è la legge suprema).
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Et si le vrai schisme, c’était de laisser l’Église s’enliser dans des querelles de pouvoir pendant que la planète brûle et que les pauvres crèvent ?
Ma grand-mère disait toujours : « On ne coupe pas l’Église comme un gâteau. » Qu’est-ce que ça change pour nous, les fidèles, au quotidien ?
En 1988, c’était déjà la même tension. Ma tante, très pratiquante, disait : « Rome parle, mais Écône agit. » Aujourd’hui, on en est où ?
Quatre nouveaux évêques à Écône, et toujours autant de fidèles dans les chapelles... Rome peut bien parler de schisme, mais qui nourrit vraiment la foi des gens ?
Les chapelles de la FSSPX sont pleines parce qu’on y trouve une messe qui parle au cœur, pas parce que Rome a abandonné les fidèles.
On nous parle de nécessité pastorale, mais à force de dire non à Rome, on finit par ressembler à ceux qu’on critique. Où est l’humilité dans tout ça ?
C’est vrai ça, à force de camper sur ses positions, on finit par ressembler aux pharisiens qu’on dénonce. L’humilité, c’est aussi écouter Rome, non ?
Rome laisse faire depuis des années, et maintenant on s’étonne ? À force de ne pas trancher, le Pape donne l’impression d’abandonner l’Église à son sort.
Rome a d'autres urgences que de courir après des évêques qui font leur messe en latin : les gens crèvent de solitude et de misère, et on nous parle de schisme ?
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