France 26/06/20260Aggiungi ai preferiti

Il 28 giugno, in place Fontenoy, migliaia di francesi si riuniranno contro il progetto di legge. Due giorni dopo, l'Assemblea vota. Tra una legge adottata senza un vero dibattito e una resistenza che attraversa i clivaggi politici, la settimana finale si apre in un clima di alta tensione.
Il voto sul progetto di legge relativo all'aiuto a morire è programmato per il 30 giugno 2026 all'Assemblea nazionale. Il testo ha attraversato la procedura parlamentare senza modifiche sostanziali dalla commissione mista paritetica del 2 giugno.
Tre fatti caratterizzano quest'ultima fase.
La legge adottata a fatica. La mozione di rigetto è stata respinta. I tentativi di rinvio in commissione sono stati accantonati. Il testo finale è sottoposto al voto secondo una procedura accelerata che non ha permesso né un esame serio degli emendamenti né un'audizione complementare degli operatori sanitari. La CMP ha chiuso il dibattito legislativo prima che l'aula potesse affrontarlo pienamente.
Una dissidenza che attraversa la sinistra. Tre deputati di sinistra hanno pubblicamente espresso la loro opposizione al testo. Questo segnale merita attenzione: la legge era presentata come un progetto di consenso progressista. Che degli eletti del fronte favorevole vi si oppongano indica una crepa che i sostenitori del testo preferiscono non nominare.
La piazza si mobilita a 48 ore dal voto. Una grande manifestazione è convocata in place Fontenoy a Parigi il 28 giugno alle 16, su iniziativa di associazioni a difesa della vita sostenute dalla Conferenza dei vescovi di Francia.
La legge sull'aiuto a morire non è formalmente una legge sull'eutanasia nel senso del diritto belga o olandese. Istituisce un'"assistenza medicalizzata a morire" sottoposta, in teoria, a condizioni rigorose. Ma è proprio questo "in teoria" che concentra le obiezioni più serie.
Prima falla: il criterio del "soffrire insopportabilmente" è soggettivo. La legge pone questo criterio come condizione di accesso senza definirlo oggettivamente. L'esperienza olandese e belga è documentata: applicato nel tempo, questo criterio si estende progressivamente ai disturbi psichiatrici, alle situazioni di "stanchezza di vivere", ai minori. Non è una speculazione: è un dato di fatto numerico, disponibile nei rapporti annuali delle commissioni di controllo di questi paesi.
Seconda falla: la clausola di coscienza non è assoluta. Il testo prevede una clausola di coscienza per i medici. Ma non garantisce che l'accesso al dispositivo sarà bloccato se l'insieme dei professionisti di un territorio la invoca. La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo ha già impegnato gli Stati che non "garantivano l'accesso effettivo" a atti medici pur legali. Il rischio di un rovesciamento giurisprudenziale contro gli obiettori di coscienza è reale.
Terza falla: l'assenza di filtro giudiziario. Il testo non prevede un controllo a priori da parte di un'autorità indipendente. Il controllo è essenzialmente medico e a posteriori. Il Consiglio di Stato lo aveva identificato come una debolezza nel suo parere. La CMP non ha corretto questo punto.
Evangelium Vitae (Giovanni Paolo II, 1995) definisce l'eutanasia con precisione: "Un'azione o un'omissione che, per natura e nell'intenzione, provoca la morte allo scopo di eliminare il dolore costituisce un omicidio gravemente contrario alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente" (EV, n. 65).
La Conferenza dei vescovi di Francia ha richiamato questa posizione in diverse dichiarazioni dal 2024. Monsignor Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, ha formulato l'obiezione centrale con chiarezza: non si può mascherare da gesto di cura il fatto di dare la morte.
La grande novena di preghiera lanciata nove giorni fa da movimenti cattolici copre esattamente questa settimana del voto. Non è un dettaglio liturgico: è un ancoraggio spirituale collettivo in una settimana che impegna l'anima della Francia.
Due domande meritano di essere poste prima del 30 giugno.
La prima è politica: si può votare una legge che impegna la coscienza degli operatori sanitari e ridefinisce la relazione medica senza un vero dibattito aperto? La procedura accelerata, la mozione di rigetto respinta, i tre deputati dissidenti di sinistra – tutto ciò suggerisce che il consenso dichiarato non è così solido come annunciato.
La seconda è antropologica: quale società vogliamo essere? Quella che aiuta i suoi membri a vivere fino in fondo, nella dignità delle cure palliative, o quella che propone loro di morire per porre fine alle sofferenze? Queste due opzioni non sono equivalenti. La legge del 30 giugno sceglie tra esse in modo che non sarà facilmente reversibile.
La manifestazione del 28 giugno non è un gesto nostalgico. È l'esercizio di un diritto democratico fondamentale: dire no prima che sia definitivo.
Belgio (2002): l'eutanasia è stata estesa ai minori nel 2014. Paesi Bassi (2002): primo bambino di meno di 12 anni eutanasizzato nel 2025. Canada (2016): l'aiuto medico a morire rappresenta ormai oltre il 4% dei decessi. Queste sequenze non sono incidenti: derivano dal meccanismo logico di un diritto aperto senza vincolo di interpretazione restrittiva.
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